Pit Stop: Chubasco, la supercar che non fu

In questi mesi di trent’anni fa c’è fermento in casa Maserati. La gestione De Tomaso vuole ogni anno il 14 dicembre, in occasione dell’anniversario della fondazione delle Officine Maserati, vengano presentati i nuovi modelli.

E nel 1990 in quella data, assieme alla Shamal e alla Racing, viene esposta una maquette che sembra uscita da un film di fantascienza. Si tratta della “Chubasco”, prototipo di quella che, due anni dopo,  sarebbe dovuta diventare la sportiva di punta del marchio del Tridente.

Seguendo la tradizione della casa modenese, Chubasco è il nome di una violentissima tempesta marina che flagella alcune zone dell’America centrale. Simbolicamente, lo stesso impatto devastante avrebbe dovuto averlo la berlinetta del Tridente una volta sul mercato, grazie ai suoi contenuti decisamente avveniristici.Le forme sprizzano da ogni linea la firma di Marcello Gandini, non nuovo allo stile di supercar estreme. Il progetto prevede telaio e carrozzeria separati e la cellula superiore unita alla meccanica tramite supporti oscillanti, per rendere la vettura confortevole nonostante l’architettura estrema. Le portiere, a cerniera singola, ruotano verso l’alto, mentre tetto scorre all’indietro creando una soluzione tipo “targa”.

Ma quello che colpisce maggiormente è lo studio aerodinamico, particolarmente avanzato per l’epoca ed espresso attraverso una serie di prese d’aria pensate per migliorare i flussi e sfruttarli sia per il raffreddamento che per la tenuta di strada.

Evidenti sono le tre bocche frontali, con le due laterali collegate ai convogliatori indirizzati verso la fiancata e i radiatori posteriori, da cui il vano motore ricava aria fresca da espellere poi attraverso due grandi sfoghi in coda, aumentando al contempo il carico aerodinamico sull’asse posteriore grazie al lavoro in sinergia col fondo piatto della vettura.

Si è fatta tanta speculazione sui reali motivi: il travagliato momento societario, le intromissioni di Ferrari, gli eccessivi costi di messa a punto e industrializzazione; fatto sta che la Chubasco non supererà mai lo stadio di maquette di stile. E oggi l’unica opportunità per ammirarla dal vivo è facendo un salto a visitare la collezione Panini.

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