Pit Stop: Lotus Esprit, quello che (forse) non sapete

 

La Lotus Esprit la conosciamo tutti. Disegnata da Giugiaro, è una tra le vetture più iconiche mai prodotte a Hethel.

Protagonista di tante pellicole, da “Pretty Woman” a “Un agente segreto al liceo a “Basic Instinct”, in cui la prorompente Sharon Stone ne possiede addirittura due, ma lanciata da Roger Moore nei panni di James Bond, che la guida addirittura in due pellicole: ne “La spia che mi amava” guida una improbabile ma affascinante S1 anfibia; in “Solo per i tuoi occhi”, è al volante di una Turbo S3 color rame con gli sci sul tetto.

Al di là dei dati ufficiali, la storia della Lotus Esprit è ricca di aneddoti e curiosità che non tutti conoscono. Abbiamo raccolto per voi le più interessanti, partendo proprio dal cinema.

L’uso della Esprit S1 come Bond Car è un colpaccio messo a segno dal patron Colin Chapman per lanciare definitivamente le vendite sul mercato europeo ma soprattutto americano, particolarmente sensibile al fascino dandy dell’agente segreto britannico.Da quanto si dice, Chapman ottenne il contratto semplicemente lasciando posteggiata bene in vista una Esprit di preserie all’interno dei famosi Pinewood Studios, aspettando che le sue linee incredibili si facessero notare dai passanti, che credettero si trattasse di un’auto di fantasia realizzata per qualche pellicola di fantascienza.

Giorgetto Giugiaro tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta divenne noto come l’inventore del “cuneo”. Una forma che, applicata all’automobile, ne aumenta la stabilità all’aumentare della velocità senza bisogno di aggiungere appendici aerodinamiche. Su questo concetto Giugiaro disegnò all’epoca le linee dei prototipi Manta, Boomerang e Caimano, ma è con la Esprit che l’idea di cuneo venne applicata per la prima volta a una vettura di serie.

La Esprit nacque nel 1972, in uno dei periodi più fecondi per la casa inglese. Il prototipo venne “tirato su” in appena due mesi, tra il salone di Ginevra e quello di Torino, dove fu presentata come l’auto che sancì per l’azienda il passaggio definitivo da produttore di kit car a costruttore con tutti i crismi. Nel mentre la casa inglese metteva in produzione la nuova Elite e vinceva pure il Campionato del Mondo di Formula 1.

Il progetto Esprit rappresentò per Giugiaro una sfida doppia: un progetto da realizzare in tempi strettissimi, per di più con una tecnologia per lui sconosciuta all’epoca, ovvero la lavorazione della fibra di vetro, di cui invece gli inglesi erano da tempo maestri. Eppure il primo prototipo fu già così vicino alle forme definitive da lasciare sbalorditi i tecnici Lotus, con uno stile a “foglio piegato” avanti anni luce rispetto alle forme tonde dei primi anni 70.

Nei primi anni 70, proprio per approfondire le tecniche di lavorazione della vetroresina, Colin Chapman rilevò alcuni piccoli cantieri navali. Creò poi una nuova società, la Technocraft, con sede proprio nello stabilimento Lotus di Hethel, per effettuare sperimentazioni sulla lavorazione del materiale, incluso il sistema VARI (Vacuum-Assisted Resin Injection), un’iniezione a bassa pressione di resina e fibra di vetro, con cui si è poi prodotta la Esprit.

Il nome scelto da Giugiaro per il prototipo della Esprit era inizialmente “Kiwi.” Venne poi abbandonato sia per la tradizione Lotus dei nomi che iniziano per E, sia perché Kiwi era un noto ma poco prestigioso marchio di stivaletti polacchi. Esprit (letto Esprì, “spirito” in francese) fu scelto in seguito a un weekend passato sul dizionario…

La Esprit fu la prima Lotus stradale a montare un motore a marchio proprio. Chapman aveva cercato di produrre un motore già da metà degli anni sessanta, minacciato da Ford di interrompere la produzione dei basamenti per i twin-cam Lotus. Il problema degli esorbitanti costi di produzione fu risolto grazie a un accordo con la Jensen, che necessitava di un propulsore per la nuova spider Jensen-Healey.

Ma le cose non andarono subito bene: i primi motori, realizzati frettolosamente per le Jensen, soffrivano di deformazioni, surriscaldamenti e consumi di olio anomali. Solo grazie all’opera di perfezionamento dei tecnici Lotus si riuscì a recuperare in tempo per la produzione di Elite ed Esprit.

Durante lo sviluppo della Esprit, Colin Chapman e alcuni suoi collaboratori volavano in Italia almeno due volte la settimana su piccolo aereo privato per lavorare con Giugiaro. Si narra che in almeno un paio di occasioni l’aereo non avesse abbastanza ossigeno, e che abbia dovuto volare a bassa quota tra le Alpi per mantenere coscienti gli occupanti.

Durante i test della Esprit i tecnici si trovarono a far presente a Colin Chapman la necessità di un rinforzo alle sospensioni. Il patron si oppose, convinto che si trattasse di un’aggiunta di pesi e costi inutile, le sospensioni andavano bene così. Tempo dopo, di ritorno da Heatrow dopo il GP di Argentina 1975, Chapman stava guidando “allegramente” un esemplare di pre-serie verso l’azienda. Alla prima curva veloce la vettura perse una ruota. Chapman, senza aggiungere una parola, approvò il giorno stesso la modifica.

Pur avendo dimensioni compatte, per i canoni Lotus la Esprit è insolitamente spaziosa, soprattutto in altezza. La versione ufficiale è che, rispetto al prototipo, Chapman ne abbia fatto aumentare l’abitabilità per consentire ai gentlemen inglesi di guidare senza togliersi il cappello. Il motivo reale invece fu semplicemente che l’ingegner Mike Kimberley, che trascorse oltre quattro anni a lavorare seduto nella maquette dell’abitacolo, era alto oltre due metri.

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