Lancia Fulvia e..le donne, le auto…di Fulvio Negrini

Le donne, la Fulvia..e l’automobile!!!

Il marchio Lancia è sempre stato identificato come un segno di classe, di signorilità, di distinzione.
Ribadendo la politica del suo fondatore Vincenzo Lancia, la casa di Chivasso affronta il dopoguerra con caparbietà e coraggio proponendo in tempi ancora difficili, prodotti raffinati e di alta gamma come l’Ardea e la più muscolosa Aurelia. Attraverso berline e coupè, si arriva con la seconda metà degli anni cinquanta all’Appia, alla Flavia ed alla Flaminia. Il consolidamento del boom economico e le maggiori possibilità di spesa, portano verso la metà degli anni sessanta, ad un nuovo modello decisamente all’avanguardia: la Fulvia.

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Al salone di Ginevra del sessantacinque la star è però la nuovissima Fulvia Coupè, moderna, prestante, elegante, ma anche sinuosa, sensuale e di classe.
La Lancia concede un’anteprima a Quattroruote nel mese di marzo di quell’anno dove, in una copertina dedicata alla neonata Fiat 850 coupè, quattro pagine sono tutte per la Fulvia sportiva, in uno stile soft e quasi causale. A tutta pagina viene fotografata una coupè bianca all’ingresso di una signorile abitazione dal gusto classico-moderno con a fianco una giovane donna dell’alta borghesia, con tanto di cuffia di lana rossa, ombrello multicolore a spicchi, morbido maglione rosso con fra le mani una borsa da golf con tanto di mazze e guanti. In questa immagine così chic, di classe, inconsciamente la Fulvia coupè sta già trovando il suo
naturale pubblico: la donna.

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Dalle prime prove tutti sono concordi nel definire questa coupè una macchina dalle grandi prestazioni sportive mentre nella normale discrezione femminile di quei tempi, la donna già si identifica nella voglia di libertà e di indipendenza senza tralasciare il vero status di una lady.

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La Fulvia coupè è una vettura decisamente di carattere, futura figlia di quel cambiamento in atto nella società sfociato poi in quello spartiacque generazionale che fu il ’68. Prima di quel solco di fine decennio, la Fulvia coupè è ancora l’immagine di anni spensierati e “ricchi”, dove nelle vie del bel mondo è sempre più facile vedere questo modello, magari nella classica livrea blu o bianca, guidata da signore di classe con mani ben curate fasciate in raffinati guanti di pelle con cappellini ed occhiali scuri all’ultima moda.

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Ma il rapporto della donna con l’automobile ha fondamenta lontane nel tempo e fin dalla nascita di questo nuovo mezzo di locomozione, diverse sono state le signore che si sono insinuate con decisione in questo mondo maschilista. Nello sport dell’auto noi uomini non ricordiamo mai le “ grandi pilotesse del passato”; quelle che con ardimento e coraggio, guidavano vetture impossibili su strade incredibili. Le gesta della baronessa Maria Antonietta Avanzo, di Elisabeth Junek, di Dorina Colonna e di Anna Peduzzi (“la marocchina”) si perdono nella nebbia del tempo ma anche quelle più vicine a noi come Ada Pace, Maria Teresa De Filippis, l’indimenticata Lella Lombardi (prima ed unica donna a prendere punti in Formula 1), Anna Cambiaghi, Serena Pittoni, Michele Mouton, Donatella Tomiz, Cica Lurani, non ci stimolano troppo la memoria. Anche nella regolarità il gentil sesso si è sempre fatto onore con Maria Cristina Poggiali, Jetta Demcenko, Luisa Pozzoli, Maria Teresa Meneghelli e Paola Borghesio.

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Nel quotidiano fino verso la metà del sessanta, la maggioranza delle donne concepisce l’automobile come uno strumento strettamente maschile. Chi non ricorda le domeniche in cui l’uomo sedeva al volante con fare di saperla lunga, di grande manovratore e la donna si metteva al fianco con la inseparabile borsetta fra le mani che non mollava mai, diritta impettita, attaccata alla maniglia sopra la portiera, in un ambiente a lei ancora ostile? Chi non ricorda i foulard a fiori, allacciati sotto il mento nelle belle giornate soleggiate quando si usava la spider, quella con la “y” all’inglese? Senza tornare più indietro nel tempo quando l’uomo, da perfetto cavaliere, apriva la portiera alla dama, la faceva accomodare al suo fianco prima di sedersi al posto di guida, conscio di aprirle un mondo sconosciuto, in luogo esclusivamente suo in cui la donna entrava in punta di piedi e solo per gentile concessione.

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Verso la metà degli anni cinquanta, l’emancipazione, come si diceva all’ora, già in odore preistorico femminismo, prende coscienza che quel mezzo strettamente maschile, può diventare per ogni donna il passaporto per l’indipendenza. Con l’arrivo della seicento, le signore iniziano il loro cammino “da guidatore”, ma è la cinquecento che porta la piena libertà. Certamente la Mini è un’altra cosa, un segno di distinzione fra la signora e la ragazzina ma la Fulvia è qualcosa di più, di migliore, di sublime.
Forse è proprio dalla Fulvia che la signora della buona borghesia inizia la sua scalata, aprendo man mano a tutte le donne, anche le più umili, questo nostro mondo di uomini piloti che ancora oggi sono in difficoltà nell’accettare la donna al volante.
Nello stereotipo comune, quando esiste qualche problema viabilistico, il maschilista in noi decreta immediatamente due cause: una donna al volante o il solito uomo anziano col cappello. Ma chi non ci garantisce che in quest’ultimo caso non sia stata la donna, con la sua intrigante femminilità, identificarci nell’uomo col cappello?

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Ma la maggioranza di noi maschietti anche in questo nuovo millennio fa tremenda fatica ad accettare questa parità, forse una delle ultime priorità che cerchiamo di difendere.

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Forse ricordando Gabriele D’Annunzio quando decretò che l’automobile è femmina, oggi ci accorgiamo che il “Vate” andò oltre il proprio volere, consacrando nel tempo il fatto che l’automobile è oggi ormai parte integrante della donna
Certo tutti gli “automaschilisti” sono sempre pronti, quando non possono guidare ad accettare un “passaggio” dalla moglie, dalla fidanzata, dall’amica o dalla figlia, promovendola sul campo a proprio autista.

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Ma di questo ce ne ricordiamo subito il giorno dopo che, presi dalla morsa dell’attuale traffico, ci infuriamo contro quella “imbranata” al volante che causa un ingorgo…….e quando avremmo il cappello?…..

Fulvio Negrini

ADRENALINE24H

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