Chi ama le auto, ama la 1000 Migiia. Chi vi scrive, ha gli occhi lucidi,

tra l’emozione del racconto di quei momenti, che così ci toccano ed emozionano ancora oggi, durante il passaggio della corsa attuale. In tutte le gare odierne, vediamo sempre spettatori increduli, chi ti indica con un dito, chi si emoziona, chi sbarra gli occhi… in ricordo di chissà quale momento, identificato dalla vettura che ha visto. Forse è proprio il binomio passione-pericolo a farci aggrappare a questo mondo, piccole e grandi opere a quattro ruote, che con il loro rumore, odore ci fanno vivere sempre con un po di…adrenalina e forse…ci aiutano a vivere!!!

Grazie a tutti i costruttori grandi e piccoli, ai piloti, ai meccanici, dal primo all’ultimo,a chi perse la vita, a tutti quelli che hanno contribuito alla creazione questo fantastico mondo, la nostra passione il nostro amore, da vivere sempre, anche se spesso con la morte nel cuore.

Grazie Fulvio per averci fatto rivivere questi momenti.

ADRENALINE24H

Corte Colomba la fine del mito

L’uscita della curva è veloce e davanti si apre il lungo rettifilo nel mezzo della pianura.
Al lato esterno una fila di alberi precede il fosso che scorre vicino alla banchina di terra prima di raggiungere l’asfalto tra Cerlongo e Guidizzolo. Uguale dalla parte opposta.

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Il dodici cilindri della rossa Ferrari n. 531 si apre ad urlo su questa strada che va via come una fucilata per quasi 5 km. In leggera discesa prima di raggiungere le case del paese. La mano di De Portago lascia meccanicamente la leva del cambio e ritorna sul volante serrando le dita per fronteggiare meglio le solite vibrazioni dello sterzo ormai affaticato dai tanti chilometri percorsi in questa . Le dita stringono il volante mentre un sospiro di tensione percorre il corpo. Il piede destro con decisione preme l’acceleratore. Sa che mancano ormai pochi chilometri all’arrivo e forse il sorpasso a Gendebien si sta concretizzando. Qui la 335 S è molto più veloce della 250 GT del compagno di squadra. Gli occhi stanchi ed arrossati fissano il sottile filo nero dell’asfalto cercando un riferimento negli alberi che si aprono sempre più velocemente. Occorre stare al centro della strada tenendo “giù” il piede fino all’apparire delle prime case dove bisogna passare al freno. Fino alle case però la strada è dritta e si deve spingere al massimo.

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Nelson, seduto al suo fianco, cerca di contenere quella sensazione allo stomaco che ti prende quando la velocità sale. Abbassa la testa un attimo ed ha la sensazione improvvisa che qualcosa è diverso, strano. Con la coda dell’occhio guarda il suo pilota e vede, nella frazione di un lampo, le mani serrate sul volante in tremenda tensione. Alfonso De Portago, “Fon” per gli amici, sente la macchina diventare leggera e nell’attimo capisce che la strada non segue più il suo volere; il suo cuore impazzisce……..ma non c’è più tempo…….
Loro, gli altri, gli spettatori, sono fermi lungo il ciglio della strada con il giornale tra le mani per cercare di leggere il numero dipinto sulle macchine che passano. E’ gente semplice, contadini che, lasciata la vita dei campi in questo giorno di festa, si sono assiepati in piccoli gruppi lungo il rettifilo che porta a Guidizzolo.

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Quello con il giornale legge ad alta voce i nomi dei piloti e i modelli delle macchine. Battono le mani, salutano, ridono, si stupiscono. I bambini sono i più entusiasti. I bambini hanno gli occhi grandi ed ogni tanto si “beccano” qualche rimprovero se non qualche “scappellotto” perché si muovono troppo pericolosamente lungo la strada. Le madri non sono tranquille. Questa modernità così tanto lontana e sconosciuta, le rende apprensive, timorose.
L’urlo del motore possente si avverte da lontano.
La Ferrari…..arriva la Ferrari…… la Ferrari…….ma ecco il diverso rumore, il sibilo ferreo di qualche cosa che stride, poi…….la modernità piomba urlante dentro gli occhi grandi pieni di terrore…….

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All’altezza del km. 21 in località Corte Colomba di Cavriana, è scoppiata la gomma anteriore sinistra. Sono circa le 16.03. La Ferrari Sport 335 S numero di gara 531, prosegue la sua corsa per altri 28 metri spostandosi leggermente verso sinistra. De Portago fa una prima correzione ma a circa 38 metri dal punto dello scoppio, la Ferrari punta decisamente il ciglio di sinistra e lo taglia a una distanza di 92,50 metri.Il pilota fa una nuova correzione ma la macchina non risponde e va dritta verso un paracarro di sasso posto a 118,90 metri. L’impatto è terrificante. Il grosso paracarro viene tranciato di netto e la parte superiore vola a 36 metri di distanza. Considerato il peso del paracarro di circa 40 kg. si calcolerà che l’impatto è avvenuto attorno ai 200 km/orari.

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La Ferrari si alza da terra spezzando un successivo palo telefonico ad un altezza di 160 cm. dal suolo. A questo punto la vettura, probabilmente capovolta, inizia la sua tragica scia di sangue falciando le persone che sostano sulla riva del fosso e nello spiazzo all’ingresso della Corte strisciando sull’erba fino ad un nuovo urto che la proietta per aria facendole attraversare tutta la sede stradale. Lo scontro con un secondo paracarro posto 10 metri più avanti la fa girare su se stessa prima di terminare la corsa dentro al fosso di destra dopo aver travolto altri spettatori.
I rumori, le urla, gli schianti.
Sul terreno resta la festa di una tragedia……………

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Il ventottenne Alfonso de Cabeza de Vaca, 17° marchese De Portago ed il giornalista americano Edmund Gurner Nelson muoiono sul colpo mentre restano sull’asfalto in un tributo di carne le piccole vite di Virginia Rigon, Carmen Tarchini, Bernardino Rigon, Anita Boscaini, oltre a diversi feriti.

E’ il secondo grave incidente e l’ultimo che la Mille Miglia paga dopo il dramma del 1938 a Bologna dove la Lancia Aprilia di Bruzzo-Mignanego sbandando sui binari del tram, investì ed uccise dieci spettatori tra cui sette bambini.
Corte Colomba segna la fine della più grande corsa su strada, criminale come dicono i suoi detrattori, fantastica e travolgente come sostengono gli estimatori.

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Dopo la tragedia di questa soleggiata domenica 12 maggio 1957 la bufera si abbatte sull’automobile e su Enzo Ferrari. Imputato di omicidio colposo e lesioni personali verrà assolto il 26 luglio 1961 per non aver commesso il fatto.
Molte sono le supposizioni e le spiegazioni del tragico evento di Corte Colomba.

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All’inizio vengono individuati gli “occhi di gatto”, quadrati rifrangenti posti al centro della riga di mezzaria nel tratto tra Mantova e Guidizzolo come la causa dello scoppio del pneumatico. Nella serata dello stesso 12 maggio già si parla di una confidenza del vincitore Piero Taruffi ad amici e parenti. “Dov’è passato De Portago per lacerare così le gomme? Non avrà mica tagliato quella doppia “esse” all’uscita di Mantova?”
Si vocifera anche sulla conseguenza dell’urto avuto a Tavernelle di Olmo nei pressi di Vicenza dove l’operaio tessile Lino Zigliotto assiste alla fermata della Ferrari n. 531 per cambiare la ruota danneggiata. Sono attimi concitati che vengono a posteriori letti come il segno di un tragico destino. E’ proprio Lino Zigliotto assieme ad altri ad “aiutare” i due piloti nel cambio della ruota.
Si mormora di ammortizzatori ormai scarichi anche se i periti rileveranno che erano nelle stesse condizioni di quelli della vettura di Taruffi.
Si individua nella personalità di Enzo Ferrari l’aver taciuto il grosso svantaggio di De Portago su Gendebien a Bologna facendogli credere che era molto vicino e spingendolo a moltiplicare gli sforzi per scavalcare il pilota belga.
Si racconta di segnalazioni sui distacchi non veritieri su ordine dal “Drake” date al controllo di Piacenza.

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Maurice Trintignant rilascia un intervista dove sostiene che a Mantova qualcuno riferisce a De Portago che il suo distacco da Gendebien si è ridotto ad un minuto (in realtà erano 7 minuti e 25 secondi) mentre un meccanico si appresta a cambiare la gomma, De Portago lo ferma e riparte immediatamente senza effettuare il cambio.
Gino Munaron, passato sul luogo dell’incidente subito dopo, sostiene che la gomma anteriore, se scoppia, è difficile che rende la macchina incontrollabile. Quella davanti si appoggia e non va giù di colpo: “c’è un attimo che la gomma si appoggia sul cerchio e si riesce a guidare anche perché i cerchi sono da 16 pollici, molto alti”. Munaron è anche l’unico che descrive la scena dell’incidente: “La strada è ingombra e devo procedere a passo d’uomo. Un cavo del telefono pende nel mezzo della strada. Ci sono passato sotto mentre il filo scivolava sul muso e sulla coda della mia Ferrari. Poi è arrivata la Fiat 8 V Zagato n. 302 dell’avvocato Mario Tagliavini e quelli dietro.”
Juan Manuel Fangio non esclude la possibilità di un lievissimo sfasamento del perno della ruota.
Anche la Englebert, casa fornitrice delle gomme delle Ferrari, viene portata sul banco degli imputati per aver fornito pneumatici inadatti ad una gara così lunga e massacrante.
Corrono strane voci di un disastro annunciato.
Sembra addirittura che De Portago in preda di una strana premonizione di morte non voleva partire. Enzo Ferrari è perentorio: egli deve prendere parte a questa Mille Miglia. Tutta la sua tribolazione è raccontata in una lettera, di cui non si conosce la versione originale, inviata all’indossatrice Dorian Leigh che vive a Parigi.
La stessa Linda Christian che aspetta a Roma il suo uomo, nel rapido scambio di parole e un veloce bacio avverte una strana sensazione: “il viso di Fon è ghiacciato mentre Ed pare ipnotizzato come se avesse patito una grande emozione”.
Tornano alla memoria le parole dette da De Portago la sera prima del via a cena: “la vita deve essere vissuta per intero.Meglio una vita completa per trent’anni che una mezza vita per sessanta”.
Corre dentro la superstizione anche l’inconveniente avvenuto verso le quattro del mattino in albergo a Manerbio quando, durante la colazione, De Portago con un movimento sbagliato, fa cadere dalle mani del cameriere la tazza con il tè al latte. Questo in Spagna è un segno di malasorte.

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Si sconfina nel presentimento quando il nobile di Spagna consegna a Romolo Tavoni il suo passaporto ed un libretto riservato a due persone: la madre Donna Olga Martin Montis in vacanza a Biarritz e la moglie Carrol McDaniel che vive a New York assieme ai due bambini: in caso di un incidente avvisare prima la moglie.
Si arriva all’esagerazione interpretando l’espressione del viso di De Portago fotografato prima del via come una rassegnazione di vittima sacrificale. Si vuole leggere la certezza che questa è l’ultima corsa, che sta correndo verso la morte.
Si parla anche di un pilota non all’altezza; di un “un giovane uomo ricco” che con i soldi può permettersi di soddisfare le sue passioni prendendo “alla leggera” una corsa come la Mille Miglia a cui non aveva mai partecipato. A conferma si rimarca che appena partito da Brescia qualche giorno prima con una vettura GT per provare il percorso va ad urtare la spalletta di un ponte mandando in fumo la possibilità di “conoscere” le strade della Mille Miglia.
Enzo Ferrari lo descrive così: “un uomo di estremo coraggio fisico ma anche un uomo insolito, sempre inseguito dalla fama di dongiovanni. Un magnifico “barbone” per il suo comportamento trasandato, barba lunga, capelli lunghissimi, l’immarcescibile giacca di cuoio e il passo dinoccolato”.

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I giornali diventano la gran cassa di tutto questo portando l’opinione pubblica fino ad una interrogazione parlamentare che, sull’onda del tragico fatto, chiude l’epopea delle corse su strada. Molta colpa viene data anche agli organizzatori incapaci di interpretare il cambiamento dei tempi, lasciando correre macchine così potenti in mezzo alla travolgente folla che accorre lungo le strade della Mille Miglia.
Nel 1992 una ricerca fatta da Davide Mattellini, porta alla luce alcune testimonianze che sostengono d’aver notato la perdita di un pezzo di lamiera nell’uscita da Goito e che potrebbe essere stata la causa dello scoppio del pneumatico avvenuto dopo pochi minuti.
Dinamica, interpretazione, supposizioni, fatalità, soprannaturale, compongono questa massa di pensieri che hanno decretato la fine della Mille Miglia, quella fantastica invenzione di Aymo Maggi, Franco Mazzotti, Renzo Castagneto e Giovanni Canestrini nata durante un incontro informale a Milano il 2 dicembre del 1926.
E’ la fine del romanzo, un bellissimo romanzo fatto di luci e di ombre, di gioie e delusioni, di vittorie meravigliose e sconfitte cuocenti, di grandi piloti e di uomini comuni.
E’ il romanzo reale di una meravigliosa storia italiana.”

Fulvio Negrini

Crediti:
Auto Italiana Sport, Quattroruote, Mille Miglia 1957, Mille Miglia testi vari, Piloti che gente.
Libreria dell’Automobile – Milano